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Next Stop: Bovisa

I contrasti che l'urbanizzazione ha portato nel quartiere milanese dal passato industriale, che oggi vive sospeso tra degrado e riqualifica.

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traguardo: € 3500
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IL FILM.

Scritto e diretto da Niccolò Riviera.

Direttore della fotografia e operatore di macchina: Daniele Coppa.

Montaggio: Niccolò Riviera e Daniele Coppa.

Documentario indipendente, girato con Canon Eos 5d Mark II. Italia, 2012. Colore.

Il progetto nasce dall’idea di girare un cortometraggio per l’esame finale del Corso di Documentario e Reportage seguito dal regista durante gli anni della Laurea Magistrale in Cinema. Nel voler creare un discorso narrativo più approfondito, siamo partiti da ricerche, interviste e sopralluoghi, che però ci hanno immediatamente posto il problema della gestione di una mole di informazioni e risorse estremamente ingente. Pertanto, sentendoci in dovere di sfruttarle tutte nel migliore dei modi, ci siamo gettati nel tentativo di accrescere questo lavoro fino ad ottenere un metraggio più ampio (approssimativamente di sessanta minuti), al fine, e nella speranza, di poter rispettare e soddisfare quel bisogno di verità di cui solitamente un documentarista va alla ricerca.

Un altro aspetto della produzione che vorremmo sottolineare riguarda il fatto che le due figure chiave preposte alla creazione stessa del film siano entrambe nate e cresciute nel luogo di cui vorrebbero raccontarvi, ovvero la Bovisa, e che, per questo stesso motivo, ponendosi in bilico tra denuncia e dichiarazione d’amore per la propria terra, potrebbero costituire il giusto punto di vista per indirizzare lo sguardo dello spettatore verso quanto accade in questa periferia.

INTRODURRE LA BOVISA

La Bovisa è un quartiere situato nella periferia nord di Milano. Fino al 1880 si trattava principalmente di una zona agricola popolata da cascine e allevamenti, mentre nei quarant’anni che seguirono, durante la fase ascendente dell’industrializzazione italiana, essa fu trasformata in un importante polo industriale del settore chimico e siderurgico, raggiungendo il massimo sviluppo, e la conseguente annessione al comune di Milano, intorno agli anni ’20 del novecento. Qui si insediarono addirittura l’Armenia Film e la Milano Films, prime case di produzione cinematografica nate in Italia, ancor prima di Cinecittà, e dove si girò il primo lungometraggio italiano nel 1911, “L’Inferno”.

La nomina assegnatagli di “Manchester milanese”, non fu indice solo di grande produttività, ma anche e soprattutto di enormi problemi di inquinamento ambientale, data appunto la tipologia di industrie che là vi si stabilirono. Questa è una delle tanto gravi questioni che tuttora si ripercuotono sul territorio e precludono gli stessi sviluppi futuri della Bovisa e su cui ci si dovrà tornare in seguito.

Con l’avvento delle guerre si convertì in parte la produzione al settore bellico, ma più in generale, una forte battuta d’arresto bloccò la produttività della zona. Difatti, mentre in passato primeggiava, grazie allo storico vantaggio che possedeva nell’essere un territorio intessuto dalla rete ferrovia, e dunque costituendo un approdo ben inserito tra i canali usati dai trasporti commerciali, da quando tutto il traffico fu trasferito su ruota, quello stesso pregio si tramutò in un limite, rendendo quella soglia tra città e campagna, una periferia chiusa ed intricata, colma di barriere.

Dal secondo dopoguerra in poi, mentre nel resto d’Italia scoppiava il boom economico, portando con sé un generale innalzamento del benessere, in Bovisa si stava assistendo al progressivo e inarrestabile abbandono degli stabilimenti da parte di tutte le industrie che nel tempo avevano dato lavoro a migliaia di operai. Verso gli anni ’70 non restava più in funzione nessuna delle imprese ormai dismesse ed i ruderi che si erano lasciati alle spalle, con il suolo inquinato fino al midollo, divennero prontamente spazi liberi da occupare in modo abusivo, dove tutti coloro che necessitavano di un riparo potevano rifugiarsi. Ecco come presero avvio quei lunghi e bui anni durante i quali il degrado fece da padrone. La Bovisa fu terra di conquista per i senzatetto figli del dilagante fenomeno della tossicodipendenza e del nuovo flusso migratorio tra Paesi. Inoltre divenne terreno fertile per la piccola malavita ed il malcontento era ogni giorno sulla bocca di tutti. Sostanzialmente urgeva spendere grosse somme di denaro per bonificare aree altrimenti abbandonate al degrado più totale, ma di cui nessuno sembrava sapere bene cosa farne, in primis il Comune.

Fu soltanto a partire dalla fine degli anni '80 che si cominciò a parlare di riqualifica, grazie soprattutto alla proposta del Politecnico di Milano di spostare una propria sede nel quartiere, permettendo così lo sviluppo di molti altri progetti collaterali che avrebbero dovuto mutare il volto della Bovisa intera. Se da un lato, ovviamente, qualcuno di questi non sia mai partito, oppure se altri abbiano cominciato bene, per farsi poi da parte successivamente, come nel caso di Triennale, dall’altro ci sono stati comunque alcuni progetti che sono riusciti nei propri intenti creando una base di centri per la ricerca e lo sviluppo come l’Istituto Mario Negri, istituendo sedi di studi di design e spazi espositivi internazionali, facendone luogo di progettazione per l’Expo 2015 tramite il BaseB, e chi più ne aveva, più ha provato a metterne, fino a renderlo, a detta di altri, un quartiere universitario alla moda. Infine numerose altre idee vengono gettate costantemente sul piano delle trattative.

Eppure cosa è cambiato davvero per chi lo vive tutti i giorni il quartiere? Sembra che queste realtà abbiano agito come isole felici in un arcipelago ben più ampio che rimane però deformato dal processo di trasformazione in corso. Si è tanto discusso della “nuova grande Bovisa” declamandolo ovunque a caratteri cubitali come quartiere rinnovato cheap&chic, sotto i quali temo però si nascondano interessi ben maggiori, tanto che abbiamo assistito attoniti ad un’incredibile speculazione edilizia negli ultimi anni, che ha portato alle stelle i prezzi delle case in un quartiere storicamente povero.

Ci chiediamo come sia potuto accadere tutto questo sotto i nostri occhi inermi? Come è stato possibile un tale business in un’area degradata che necessitava di bonifica? Che non siano stati sfruttati questi nuovi progetti di riconversione del quartiere, proprio in accordo con coloro che poi vi hanno investito in campo edilizio? È bastato così poco per farci credere che un quartiere con così tanti gravi problemi urbanistici e di inquinamento ambientale sia ormai considerato parte annessa al centro cittadino e dunque omologato a quella stessa media dei prezzi del mattone? Tutto ciò solo per l’accrescimento di qualche servizio civico che, per il buon senso comune, dovrebbe essere un diritto di ogni periferia? La speculazione edilizia in Bovisa è cominciata effettivamente in ritardo rispetto ai piani di riqualifica che la vedevano protagonista e questo, ovviamente, poiché gli imprenditori dovevano prima essere certi di costruire in un quartiere rinato, per guadagnare bene, eppure ci è sembrato che il boom reale degli investimenti abbia avuto luogo proprio quando ormai si vociferava della possibilità di alcuni organismi di lasciare nuovamente la zona (cosa che effettivamente è accaduta per alcuni di essi), ma di cui a nessuno sembrava più importare, proprio perché ormai i giornali titolavano la Bovisa come la nuova Soho!

Insomma, da qualunque prospettiva la si guardi, Bovisa rimane un’entità complessa, un luogo difficile da capire ed abitare, che vive di questi contrasti stridenti. Storia e futuro, pensionati e studenti, degrado e riqualifica, rovine e cantieri, malaffare e buona volontà sono ciò di cui vorremmo raccontarvi partendo da questo piccolo angolo di mondo.


LINKS:

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